Feste popolari
Falò di Natale
La vigilia di Natale il falò, chiamato ‘aricò’, “lo facevano in tutte le frazioni e sempre in un posto fisso dove era stato fatto in precedenza con la barramina od uno scalpello un foro in una roccia per infilarvi la base dell’albero. L’astuzia consisteva nel fare in modo che la legna bruciasse per ultima il che costituiva per gli abitanti ragione di vantarsi per tutto l’anno” (Scarzella, Scarzella, 1983, p. 61). La ricerca del materiale per il falò iniziava con largo anticipo: “terminati i lavori autunnali i ragazzi andavano a tagliare e raccogliere in fasci le felci. Le trasportavano a casa, in un luogo riparato e sicuro. Negli ultimi giorni della novena di Natale, i ragazzi più grandicelli e qualche giovane esploravano i boschi per scegliere un albero alto, ben ramificato, di ontano o betulla. Due giorni prima di Natale tagliavano l’albero e lo trasportavano nella frazione e lo fissavano in un pianoro. Lo rivestivano poi con le felci in modo da formare un cono molto snello sul cui vertice ponevano, come fiocco, una bella pianticella di ginepro. Presso questo albero costruivano un rudimentale riparo con legna e felci ove gli stessi giovani, che avevano eseguito i lavori, si riunivano, armati di bastoni, montando di sentinella per sventare gli eventuali tentativi di incendio da parte degli avversari, cioè da parte di giovani delle altre frazioni. Durante questa veglia cucinavano sul posto la ‘paniscia’, cioè risotto con salami e fagioli e consumavano le famose salsicce di riso di Curino, il tutto annaffiato con abbondante vino locale offerto dagli abitanti del cantone. Quando sentivano suonare il secondo segnale delle campane per la messa di mezzanotte, appiccavano il fuoco mentre tutti i presenti gridavano: ‘La va, la va, la va’ ” (Barale, 1975).
Appena spento il falò, i presenti si recavano in chiesa per la messa natalizia. “Per discendere al buio, si usavano torce confezionate con corteccia di ciliegio fatta seccare ed accartocciare, ripiena di rametti di pino e felci” (Scarzella, Scarzella, 1983, p. 61).